mercoledì 24 maggio 2017

Tariffa puntuale: dopo vent’anni, il decreto è in Gazzetta Ufficiale
















È stato pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Ambiente recante “Criteri per la realizzazione da parte dei Comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati”. Il regolamento, formalmente emanato in attuazione dell’art.1, comma 668, della legge 147 del 2013 (legge di stabilità), ha in realtà origini ben più “antiche”, visto che la sua adozione era prevista già dal dlgs 22 del 1997, il cosiddetto “decreto Ronchi”. Di fatto, insomma, l’adozione del regolamento è in ritardo di poco più di vent’anni.
Obiettivo del decreto pubblicato oggi è quello di fornire ai Comuni una serie di criteri omogenei funzionali sia alla misurazione puntuale dei rifiuti prodotti da utenze singole o aggregate, consentendo alle amministrazioni di quantificarli in termini di peso o anche solo di volume, che alla messa a punto di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio in funzione del servizio reso. Lo scopo, insomma, è quello di attuare una vera e propria tariffa corrispettiva, il cui importo sia commisurato al servizio reso. Anche se, chiarisce il decreto, la misurazione dei rifiuti concorrerà a determinare la sola parte variabile della tariffa, mentre la quota fissa continuerà a rispondere ai criteri fissati nel dpr 158 del 1999. Presupposto fondamentale è naturalmente l’adozione di sistemi tecnologici, dal transponder RFID al codice a barre, che permettano di associare il contenitore, il sacco o il conferimento a un singolo utente o a un utente aggregato, registrare il numero dei conferimenti e misurare attraverso sistemi di pesatura diretta o indiretta le quantità conferite.
Già, ma come si misureranno i rifiuti prodotti da ogni utente? Stando all’articolo 6 la misurazione potrà essere “diretta”, se verrà quantificato il peso del conferimento, “indiretta”, se invece ne verrà misurato il volume sulla base dei contenitori utilizzati per la raccolta, e potrà avvenire alternativamente: a bordo dell’automezzo, tramite un dispositivo in dotazione all’operatore della raccolta,  potrà essere integrata nel contenitore stesso o avvenire in un centro di raccolta comunale. Nei casi di registrazione indiretta, cioè basata sul volume, «la quantità di rifiuto per le frazioni di riferimento, prodotta dall’utenza (RIFut), può essere calcolata anche come sommatoria del prodotto del volume espresso in litri del contenitore conferito per lo svuotamento, o del sacco ritirato o del volume accessibile nel caso di contenitore con limitatore volumetrico, moltiplicato per il coefficiente di peso specifico (Kpeso)» che dovrà essere stabilito dal Comune «per ciascun periodo di riferimento e per ciascuna frazione di rifiuto» in base «alla densità media dello specifico flusso di rifiuto, determinata come rapporto tra la quantità totale di rifiuti raccolti e la volumetria totale contabilizzata».

fonte: http://www.riciclanews.it

Feste scolastiche e sagre di paese: troppi soldi, troppo cibo, troppi rifiuti












L’estate è alle porte e fervono i preparativi per le feste scolastiche e le sagre paesane. Non vorrei fare la solita guastafeste (o guasta sagre), ma non si potrebbe pensare a un modo diverso, più semplice e sostenibile per stare insieme? Mi raccontava un mio amico che al Film festival nella Rathaus Platz di Vienna la scorsa estate, c’era una quindicina di stand gastronomici di varie nazioni, migliaia di persone che mangiavano e nemmeno una stoviglia o una posata usa e getta. Al centro della piazza un unico centro di raccolta di bicchieri, piatti e posate lavabili.
Da noi, purtroppo, l’opzione del lavabile e riusabile non viene nemmeno presa in considerazione da molti organizzatori, che spesso la liquidano con poche parole: “troppo brigoso, non abbiamo mica tempo da perdere!” Si preferisce così usare stoviglie usa e getta in plastica, vendere bottigliette di plastica e lattine di CocaCola, rinunciando all’idea di dare acqua in caraffa. Magari sì, qua e là, come pesci fuor d’acqua, si vedono bidoni per la raccolta differenziata, ma sono ripieni di tutto.
D’altra parte è vero, nella bolgia si fa fatica a controllare, e poi, non raccontiamocela. I piatti di plastica (puliti) vanno nella plastica, ma tanto non li ricicleranno mai. Se sporchi, ancora peggio. Le posate di plastica usa e getta vanno nell’indifferenziata, perché i produttori non pagano il contributo ambientale Conai. I bicchieri, se puliti, si riciclerebbero. Ma spesso e volentieri vengono bruciati. I gestori si nascondono dietro le belle parole “recupero energetico”, ma vuol dire sempre e soltanto: “incenerire, bruciare”. Quindi, alla fine, che si faccia la differenziata o no, la stragrande maggioranza dei rifiuti viene bruciata.
Il compostabile? è un compromesso, e presenta degli svantaggi: in primo luogo il compostabile non viene dal nulla, ma da materia vergine (mais o cellulosa), coltivata e usata per scopi a dir poco inutili. Inoltre, se ad esempio nella festa ci sono piatti biodegradabili accanto a posate di plastica usa e getta, si rischierà di creare una gran confusione, difficile da gestire, e magari nei bidoni di organico finiranno posate in plastica.
I bambini, che proprio a scuola hanno imparato che l’ambiente va rispettato, che i rifiuti vanno ridotti e la plastica non si spreca, osservano stupiti gli adulti che nelle feste fanno tutto il contrario. Ma si sa, i bambini son troppo idealisti, e devono imparare come si sta al mondo. E poi il fine giustifica i mezzi, rassicurano i genitori, e il fine è raccogliere soldini per la scuola, per dotare di lim e tablet ogni classe, per plastificare il giardino, sennò ci si infanga, per comprare faraoniche aule all’aperto. Non son contenti i bambini?
So che magari molti mi sbraneranno, ma a volte mi chiedo se davvero i bambini delle elementari abbiano bisogno delle lim per imparare. A mio parere no, visto che sono fin troppo esposti a schermi multimediali in casa, (pc, tv, tablet e smartphone). A quell’età, i bambini avrebbero invece più bisogno di uscire, giocare, leggere all’aria aperta. Più che lim, aule all’aperto in cemento, e erba di plastica per non infangarsi, forse sarebbe utile piantare qualche albero in più nei tristi cortili scolastici e lasciare che i bambini possano un po’ giocare nell’erba e nel fango, anche d’inverno. O l’outdoor education resta un vuoto (e costoso) slogan.
Non mi risulta, d’altra parte, che Don Lorenzo Milani abbia usato strumenti costosissimi per rendere i suoi ragazzi dei cittadini preparati, consapevoli, critici e attivi. Parlavano di politica, democrazia, giustizia, storia, geografia, all’ombra di un semplice, (economico) albero. Autocostruivano quello di cui avevano bisogno.
Ma torniamo al discorso feste. Per sperare in un cambiamento, non bastano singoli Don Chisciotte che si infiltrano nei comitati. Ci vogliono progetti seri, da parte delle associazioni e il sostegno da parte delle istituzioni. Gli esempi non mancano: dal progetto di Legambiente Basilicata di lavapiatti mobile a noleggio, ai comuni che premiano e incentivano le sagre più ecologiche: da Capannori a Grottammare a Pordenone. Comuni che premiano e incentivano quei comitati che riducono i rifiuti, che usano stoviglie lavabili, detersivi ecologici, acqua in caraffa. 

Linda Maggiori

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Litterati: raccogliere i rifiuti abbandonati diventa divertente, con l’aiuto di un’app

















Nel suo libro del 2006, The Ethics of Waste, Gay Hawins ha descritto vividamente la strana condizione della spazzatura: cose che gettiamo via e che, appena abbandonano le nostre mani, spariscono andando a finire, nell’immaginario comune, in un luogo distante, indefinito, invisibile. È il ben noto principio del ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’. Una volta che è stato gettato, il rifiuto diventa un problema di qualcun altro. Ciò è vero in particolare quando si parla di littering: il peggior tipo di spazzatura, ovvero quello che finisce abbandonato lungo le nostre strade e nei parchi, inquinando fiumi e mari, e contaminando gli habitat naturali.
Questo è stato il punto di partenza di un progetto chiamato Litterati, basato sull’utilizzo dello smartphone e sulla partecipazione attiva dell’intera comunità per pulire il mondo dai rifiuti abbandonati in maniera divertente e condivisa, ‘un pezzo alla volta’.
«Ricordo che al campo estivo, quando ero bambino, prima che i nostri genitori venissero in visita il direttore ci esortava a raccogliere cinque rifiuti ciascuno. Essenzialmente, stavamo realizzando una pulizia del campo in crowdsourcing» racconta Jeff Kirschner, ideatore dell’app Litterati, durante il suo talk a TED. «Perché non applicare lo stesso modello all’intero Pianeta, sfruttando la tecnologia per renderlo divertente e interessante? Ecco come nasce Litterati: trova un rifiuto, fotografalo, catalogalo e riciclalo».



















Continua Kirschner: «All’inizio, ero solo io. Fotografavo dieci rifiuti al giorno e man mano la raccolta diventava sorprendentemente piacevole, perfino artistica. Più importante era però il fatto che stavo documentando il mio impatto personale sulla pulizia del Pianeta. Presto, altri hanno cominciato a contribuire alla ‘discarica digitale’, una galleria fotografica di rifiuti abbandonati che erano stati raccolti e riciclati correttamente. In poco tempo sono state fotografate decine di migliaia di rifiuti ed è nata una vera e propria comunità».
Quello di comunità è il concetto cardine alla base dello sviluppo dell’app: «Lo scopo di Litterati è creare un cambiamento. Cambiare la nostra percezione, le nostre pratiche e, in ultima analisi, il nostro Pianeta. Quando si affrontano problemi su larga scala, è facile sentirsi impotenti. Di solito, quando vediamo una bottiglia di plastica abbandonata lungo per strada, quello di raccoglierla ci sembra un gesto inutile. Che differenza potrebbe mai fare? Ovviamente è un gesto che fa la differenza, ma la percezione del singolo individuo tende a suggerirgli il contrario. Una tecnologia come Litterati aiuta pertanto a connettere i membri della comunità, facendo in modo che la sensazione di impotenza possa evolvere verso l’empowerment personale: infatti, se vediamo che anche altre centinaia, migliaia di persone stanno raccogliendo come noi le bottiglie di plastica abbandonate nella loro città, ci sentiremo parte di qualcosa di più grande e saremo più inclini a partecipare a nostra volta».


L’obiettivo finale del progetto è un Pianeta senza rifiuti, ma ancor prima di questo Kirschner intende costruire un database che indichi quali sono i rifiuti abbandonati più spesso, con l’obiettivo di ideare delle alternative maggiormente sostenibili. I rifiuti plastici, le cartacce e i mozziconi di sigaretta sono attualmente in cima all’elenco. La possibilità di geo-localizzare le foto aiuta inoltre a creare una mappa visiva dei rifiuti, che può risultare utile, da un lato, per le autorità municipali, che possono ad esempio decidere su questa base di aumentare il numero di cestini posizionati nell’area interessata. E, dall’altro, per convincere brand privati (come McDonalds o Starbucks, i cui contenitori e imballaggi figurano comunemente fra i rifiuti abbandonati in US) a ideare packaging più sostenibili o ad offrire degli incentivi ai loro consumatori a fronte della riconsegna dei recipienti usati.
Infine, un’ultima riflessione nasce dal connubio fra rifiuti e fotografia. Molte foto riescono infatti a ritrarre l’inaspettata bellezza dei rifiuti. Altrettanto spesso, esse mostrano come luoghi bellissimi siano soffocati dalla loro presenza, evidenziando il netto contrasto fra natura incontaminata e danni creati dall’azione dell’uomo.
Questa iniziativa ci insegna come tutti possiamo contribuire a mantenere il mondo più pulito dai rifiuti: iniziamo a farlo anche partecipando a iniziative collettive come il Let’s Clean Up Europe!


fonte: http://www.menorifiuti.org

martedì 23 maggio 2017

Un'idea da personalizzare alle nostre realtà di negozi che vendono sfuso?

Molto interessante questo progetto che si basa sulla vendita di prodotti sfusi come vino, aceto, olio e un sistema di approvvigionamento di bottiglie igienizzate.



fonte: http://www.jeanbouteille.fr/en

Tumori infantili, l’Italia detiene il triste primato in Europa












Su Lancet Oncology è stato appena pubblicato un aggiornamento sull’incidenza a livello mondiale del cancro nell’infanzia (0-14 anni) e nell’adolescenza (15-19 anni) nel periodo 2001-2010. L’ indagine è stata condotta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) in collaborazione con l’Associazione internazionale dei registri del cancro e ha riguardato 62 paesi a livello mondiale distribuiti in 5 continenti. Erano stati invitati a partecipare allo studio 532 registri tumori, ma solo 132 hanno inviato dati considerati attendibili. Il lavoro è di grande interesse perché confronta l’andamento del cancro infantile nelle diverse aree geografiche e fornisce interessanti spunti di riflessione.
Come auspicano gli autori, questi dati dovrebbero infatti essere utilizzati per una ricerca eziologica e per indirizzare le politiche di sanità pubblica al fine di uno sviluppo sostenibile. I tumori rappresentano una delle principali cause di morte nei bambini e la loro incidenza è purtroppo in aumento: a livello globale si è passati da 124 casi per milione di bambini fra 0 e 14 anni nel 1980 a 140 casi nel 2010. Dall’articolo emerge che l’area del mondo in cui si registra la più elevata incidenza di cancro fra 0-14 anni e fra 15-19 è il Sud Europa in cui sono compresi Croazia, Cipro, Italia, Malta, Portogallo, Spagna.
Per l’Italia, hanno partecipato all’indagine solo 15 registri su 47 accreditati e spicca sicuramente l’assenza di registri “storici” quali quello di Firenze/Prato e del Veneto. Calcolando poi l’incidenza per ogni singolo registro sia del Sud Europa che dell’Europa del Nord, dell’Est e dell’Ovest, emergono risultati inquietanti perché in Italia si osservano le più elevate incidenze rispetto a tutti gli altri paesi del continente europeo. Inoltre, in 4 registri italiani (Umbria, Modena, Parma e Romagna), l’incidenza supera addirittura i 200 casi fra 0-14 anni per milione di bambini/anno.
Il cancro nell’infanzia dovrebbe farci sorgere più di una domanda perché non possiamo certo attribuirlo ad un errato stile di vita – come viene abitualmente fatto per gli adulti – visto che i bambini non fumano e non bevono e dobbiamo per forza tenere in considerazione il fatto che le sostanze tossiche e cancerogene passano dalla madre al feto già durante la vita intrauterina e sono oltre 300 quelle che abitualmente si ritrovano nel cordone ombelicale. Proprio Lorenzo Tomatis era stato fra i primi scienziati al mondo ad indagare questo fenomeno. Ma perché proprio il nostro paese vanta un così triste primato?
Non credo plausibile ipotizzare che Germania, Francia, Austria o Regno Unito siano meno industrializzati di noi: dov’è quindi la differenza? Difficile ovviamente dirlo, ma un’interpretazione del tutto personale è che il nostro paese si distingue per i fenomeni corruttivi: i controlli ambientali sono scarsi e spesso non affidabili, i disastri ambientali sono ricorrenti, le bonifiche rimangono inattuate e non è difficile quindi ipotizzare che le mappe della corruzione, dell’inquinamento e quindi delle malattie coincidano. Purtroppo, il prezzo più elevato lo pagano i bambini, perché sappiamo bene che sono molto più suscettibili all’inquinamento rispetto agli adulti. Più che mai quindi appare urgente, soprattutto per il nostro paese, la necessità di un nuovo paradigma che ponga al centro il risanamento dell’ambiente ed aumenti le risorse dedicate ad una reale riduzione dell’inquinamento.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Patrizia Gentilini
 
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Lombardia, da casa alla stazione si va in auto elettrica, un progetto sperimentale

L’iniziativa E-VAI 3.0 mette a disposizione un’auto elettrica sotto casa con colonnina di ricarica per i pendolari Trenord
















Un’auto elettrica per facilitare la vita ai pendolari. Con questo spirito è stata lanciata oggi l’iniziativa E-VAI 3.0, dedicata ai clienti di Trenord, società ferroviaria che opera in Lombardia. Per ora si tratta di un esperimento, è disponibile a Varese e Saronno ed è destinata ai viaggiatori abbonati che utilizzano il servizio ferroviario. Ma l’idea è estenderla quanto prima alle principali stazioni lombarde.
Lanciata da FNM ed Enel, E-VAI 3.0 cerca di valorizzare la mobilità condivisa a zero emissioni, mettendo a disposizione dei viaggiatori ferroviari un’auto elettrica, tutto l’anno e sotto casa, con cui andare in stazione la mattina e tornare la sera.

Possono usufruirne anche enti pubblici e aziende, nei giorni dal lunedì al venerdì, tra le 8 e le 18. L’utilizzo dell’auto nei weekend e nei festivi è invece illimitato e ad uso esclusivo del pendolare.
I mezzi non sono soltanto dedicati al car sharing, ma è possibile anche il car pooling. Le spese vanno dai 130 ai 280 euro, a seconda se si condivida o meno il tragitto casa-stazione con altre persone.
Per chi decide di aderire al servizio, E-VAI provvede ad installare vicino a casa una stazione di ricarica dell’auto, mentre all’arrivo in stazione si potrà lasciare il veicolo in un parcheggio dedicato, gratuito e attrezzato con la colonnina di ricarica.
Altri vantaggi per questa soluzione di mobilità elettrica sono il parcheggio gratuito sulle strisce blu, gialle e negli aeroporti lombardi di Linate, Malpensa e Bergamo Orio al serio. Si potrà circolare liberamente nell’area ZTL (a Milano solo nell’Area C) ed è previsto un servizio assistenza.
«Questa iniziativa – commenta il presidente di FNM SpA Andrea Gibelli – ha l’obiettivo di favorire l’arrivo in stazione e l’utilizzo del servizio ferroviario. Lo sviluppo dell’intermodalità e l’integrazione tra le diverse tipologie di trasporto ecologico e sostenibile sono tra i punti più importanti del Piano strategico 2016-2020 del Gruppo FNM».

fonte: www.rinnovabili.it

lunedì 22 maggio 2017

L’isola sperduta che ha la più alta densità di inquinamento da plastica

L’isola di Henderson si trova nell’Oceano Pacifico ad almeno 5.000 km da qualsiasi altra cosa. Eppure è ricoperta da tonnellate di plastica!











Uno squarcio su una spiaggia dell'Isola di Henderson quasi completamente ricoperta da plastica

Nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale c'è una remota e disabitata isola: Henderson Island. È un’isola che fa parte delle Isole Pitcairn del Regno Unito e si trova a più di 5.000 km dal più vicino centro abitato dall’uomo. Un paradiso isolato, visitato quasi unicamente dagli scienziati una volta ogni 5-10 anni.

Ma contrariamente a quanto si potrebbe pensar,e l'isola è tra le più contaminate del Pianeta: milioni di pezzi di plastica che galleggiano nell'Oceano Pacifico vanno a depositarsi sulle sue coste sabbiose. La quantità di materiale presente attualmente ha lasciato allibiti anche i ricercatori che l'hanno da poco visitata.  

Secondo il recente sopralluogo realizzato dall’eco-tossicologa Jennifer Lavers della University of Tasmania dell'Australia, le spiagge dell'isola sono ricoperte da una media di 671 pezzi di plastica per metro quadrato, la più alta densità mai registrata.

Il rapporto è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.





















Gli oltre 53.000 pezzi esaminati provengono da almeno 24 Paesi diversi


Tonnellate di plastica. Se si estrapola tale statistica si giunge alla conclusione che l’isola è ricoperta da 37,7 milioni di pezzi di plastica, che dipinge un mondo ben lontano da quello che ci si potrebbe immaginare per un atollo completamente spopolato e lontanissimo da ogni attività umana.

 «Quel che sta succedendo alla Henderson Island  dice come non vi sia alcuna area del pianeta che si possa considerare così lontana dall'uomo al punto da non risentirne le ricadute» ha detto Lavers, che ha continuato:

«Stando alle stime che ho potuto fare analizzando 5 siti dell'isola si può affermare che essa sia ricoperta da 17 tonnellate di plastica e che ogni giorno arrivano sull'isola una media di 3.570 pezzi di materiale plastico».
















L'Isola di Henderson (nel cerchio giallo) si trova a migliaia di chilometri dal centro abitato più vicino. La linea rossa indica la distanza dall'America Latina che è di oltre 5300 chilometri.


Questi dati comunque, potrebbero essere una sottostima di quel che c'è realmente sull'isola perché al momento non è stata fatta una analisi del materiale che si trova lungo le coste rocciose e su quelle sabbiose non è stato preso in considerazione il materiale con dimensioni inferiori ai 2 mm e a una profondità nella sabbia superiore ai 10 cm.

Ancor più pericolosa è la plastica in decomposizione. Il fatto che la Henderson Island faccia da “calamita” alla plastica sta nel fatto che è lambita dalla South Pacific Gyre. Si tratta di una corrente oceanica che raccoglie materiale di scarto da diverse parti del pianeta e che poi transita in prossimità dell'isola depositando sulle spiagge il materiale raccolto durante il percorso.

















Un altro scorcio della plastica arrivata sull'isola 


I ricercatori hanno analizzato oltre 53.000 pezzi di plastica che sono risultati derivare da 24 Paesi diversi di produzione. Molti pezzi di plastica risultavano in uno stato tale che iniziavano a decomporsi e questo, a quanto dicono i ricercatori, porta a pezzi più piccoli che sono ancor più pericolosi perché possono essere ingeriti da un maggior numero di animali.  

fonte: www.focus.it