martedì 27 giugno 2017

Terre Colte: adotta un terreno per combattere l’abbandono!

Recuperare le terre abbandonate e incolte dai privati, avvicinando le persone alla terra e incentivando l'autoproduzione. Nasce in Sardegna con questo obiettivo Terre Colte, associazione che ha ideato un sistema replicabile ovunque per combattere l'abbandono dei terreni.

Adottare un terreno o una parte di esso, al fine di coltivare un orto o il grano da cui ricavare farina, da condividere insieme ad altre famiglie. Così come un campo dove poter seminare il grano Cappelli, in maniera tale da ricavarne la farina. Questi e altri i progetti dell’Associazione Terre Colte, che in Sardegna hanno ideato un sistema replicabile ovunque per combattere l’abbandono dei terreni e far tornare le famiglie alla terra.




















“Noi dobbiamo essere una famiglia, dobbiamo essere vicini a chi vive in situazioni di stress quotidiano, vogliamo essere un diversivo e una terapia”. Questo e molto altro è l’associazione Terre Colte, un’associazione di promozione sociale e culturale nata nel luglio 2014 allo scopo di di recuperare terreni incolti e abbandonati da privati e contadini dai quali non riescono a trarne un giusto profitto, incentivando le persone all’autoproduzione del cibo senza l’uso di pesticidi e sostanze chimiche, grazie all’agricoltura sinergica.
L’Associazione opera nell’area di Senorbì, nella provincia di Cagliari, anticamente nota come il “granaio di Roma”. Prima della nascita dell’Associazione, coloro che ne diventeranno poi i soci fondatori avevano tentato un primo progetto di recupero di un terreno abbandonato di 3000 metri quadrati: il terreno fu trasformato in un orto periurbano condiviso, e in poco tempo più della metà dei quaranta lotti a disposizione erano stati occupati. “A partire da questi primi successi, abbiamo capito che era arrivato il momento di fondare una vera e propria associazione” ci racconta Silvio Melis, tra i soci fondatori dell’esperienza “Oggi gli associati sono novecentocinquantasei che usufruiscono di tutti i progetti e i laboratori dell’Associazione, abbiamo sei sedi operative e almeno una quarantina di famiglie occupano i nostri spazi nei progetto Orti Condivisi”.


Il Mulino ed i responsabili di Terre Colte
Il Mulino ed i responsabili di Terre Colte
Il Progetto Orti Condivisi

Come già accennato, il primo progetto per raggiungere lo scopo del recupero delle terre abbandonate è stato quello di “Orti Condivisi”: Terre Colte mette a disposizione per un anno cinquanta metri quadrati di terra a chi vive in città o in appartamento ed ha voglia di farsi un orto, passando qualche ora in campagna per riprendersi dallo stress. La famiglia che decide di avventurarsi a coltivare il suo pezzo di terra ha a disposizione da Terre Colte l’acqua, gli attrezzi e l’assistenza (sia con un primo laboratorio introduttivo di agricoltura naturale che  durante i lavori) la sorveglianza e l’assicurazione.

La singola famiglia o persona che prende direttamente in gestione l’area pagherà meno di un euro al giorno la sua parte di terra, dedicandosi direttamente alla lavorazione del suo spazio, decidendo personalmente come impostare l’appezzamento e cosa coltivarci in base alle proprie esigenze. Se una persona per vari motivi deve assentarsi per lungo tempo, saranno direttamente i membri di Terre Colte ad assisterla nell’irrigazione.

I soci di Terre Colte















I soci di Terre Colte
Dagli orti ci spostiamo ai campi di grano e al secondo progetto dell’Associazione Terre Colte che sta riscuotendo un successo importante: quello della “Farina del tuo Sacco”. Su quattro ettari di terreno abbandonato, viene seminato il grano Cappelli, una varietà di grano antico in passato comunemente coltivato nel sud Italia. Questo terreno viene poi suddiviso in quote tra i partecipanti; la quota massima è di mille metri quadrati, fino ad un metro quadrato per ciascuno. Una divisione pensata in base alle esigenze personali delle famiglie e dei partecipanti: chi adotta il campo di grano ha poi diritto al quantitativo di quei metri che il terreno ha prodotto. Facendo una stima di mille metri quadrati di terreno, si potranno ottenere centoventi chili di grano oppure il prodotto finale, una farina bio e a chilometri zero.
“Chi adotta un campo di grano nel progetto “Farina del tuo sacco” segue tutto il monitoraggio della crescita di quel chicco di grano” ci spiega Silvio Melis  “sono previste visite guidate dalla semina alla crescita della spiga per poi arrivare alla mietitura e alla lavorazione finale della farina. Per questo il nome “Farina del tuo Sacco”: i nostri associati, con il proprio sacchetto, sono invitati anche a prendersi direttamente la farina una volta che viene macinata”. Il progetto, dopo una prima fase di raccolta fondi andata a buon fine, ambisce oggi a realizzare uno scopo più strategico: chiudere la filiera, acquistando dei semplici ma fondamentali macchinari che permettano ai prodotti locali di arrivare già raffinati al consumatore, come ad esempio un micro mulino a pietra per trasformare il grano in farina.
Gli obiettivi futuri
Ad oggi Terre Colte è arrivata ad avere 956 associati che usufruiscono di tutti i progetti e i laboratori dell’Associazione. Il sogno e l’obiettivo futuro ce lo illustra Silvio: “vorremmo arrivare al punto di recuperare i vigneti, gli oliveti e i frutteti incolti, facendo in modo che queste colture vengano date in adozione alle famiglie che possano così condividere dei momenti insieme, durante e dopo la lavorazione. Io proprietario di un terreno, piuttosto che abbandonarlo, potrei organizzare all’interno un laboratorio su come si coltiva e gestisce l’appezzamento, vivendo la mia azienda da un altro punto di vista che sia anche divulgativo.

Oltre a questo, vorremmo creare una sorta di rete di orti condivisi che rispettino le caratteristiche originarie dell’esperienza: la disponibilità del proprietario a mettere a disposizione i suoi spazi con chi non ne ha e ad accettare la presenza periodica di alcuni noi membri di Terre Colte per le attività di manutenzione e controllo. Perché noi dobbiamo essere una famiglia, dobbiamo essere vicini a chi vive in situazioni di stress quotidiano, vogliamo essere un diversivo e una terapia. La terra è nel nostro DNA, ben prima della città come la viviamo oggi, c’erano terre che venivano coltivate. Noi ce l’abbiamo dentro e il ritorno alla terra sarà fondamentale per il nostro benessere psicofisico”.



fonte: http://www.italiachecambia.org/

Un tesoro in attesa di essere scoperto















La trasformazione dell’economia, da lineare a circolare, permetterà di recuperare immensi capitali che oggi diventano rifiuti. Il nuovo modello potrebbe avere un impatto positivo su Pil e occupazione e l’Italia può ambire a un ruolo da leader.

Il flusso di materia in ingresso nel sistema è immenso: solo nel 2010, oltre 65 miliardi di tonnellate di nuovi materiali sono entrati nell’economia. Nel 2020, in uno scenario business as usual, si prevede di raggiungere il tetto degli 82 miliardi. Risorse che, naturalmente, non sono distribuite egualmente tra stati e che quindi sono contese, vista la crescente domanda di materia risultante dalla crescita demografica globale (9 miliardi nel 2050) e dall’ingresso nella classe media dei consumatori di sempre più persone (saranno oltre 5 miliardi entro la fine del decennio). Ci sarà materia per tutti? A scuola, ancora qualche anno fa, le maestre, per illustrare il dilemma della scarsità di materia nel mondo, impiegavano una spiegazione malthusiana classica: cosa succederebbe se tutti i cinesi usassero la carta igienica? Nel giro di un anno non ci sarebbero più foreste. L’assunto è teoricamente corretto, eppure stiamo andando in quella direzione.

Da una quindicina d’anni siamo entrati in una fase dell’Antropocene di rinnovata scarsità di materie prime. Serve quindi rispondere alla seguente domanda: quali processi dobbiamo trasformare per creare un mondo dove tutti possono sfruttare il benessere offerto dalle tecnologie e dai saperi, superando i limiti imposti dall’economia lineare?  Si calcola che ogni anno si generano 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani (Msw, municipal solid waste), ovvero una media 1,2 kg di rifiuto al giorno pro-capite.
Secondo stime della Banca Mondiale, nel report What a Waste. A global review of MSW, nel 2025 queste cifre potrebbero aumentare fino a 1,42 kg di rifiuto pro capite, per oltre 2,2 miliardi di tonnellate l’anno.
Solo in Italia si genererebbero oltre 65 milioni di tonnellate di rifiuti urbani
annui. Oggi siamo a circa 55 (di cui 13 vanno nella differenziata). Ma il rifiuto
potrebbe essere molto di più. Secondo la International Solid Waste Association (Iswa), in realtà, le statistiche non sono accurate. Una fonte di Iswa ha dichiarato
che “non sappiamo con nessuna certezza quanto rifiuto esattamente disponibile
esiste nel mondo”. Un mare di materia potenziale, che a livello volumetrico
corrisponde a più di 7.000 volte l’Empire State Building, con un valore
monetario incalcolabile e sconosciuto.
Semplicemente, non esiste ancora una metrica reale per valutare questo
immenso capitale. E non c’è solo il rifiuto…


fonte: http://ambienteinforma-snpa.it

Le microplastiche arrivano a quintali perfino in Antartide

Fino a 500 kg di microplastiche derivanti da prodotti per la cura personale e 25,5 miliardi di fibre tessili entrano nell’Oceano Antartico ogni decennio
















Chi si aspetterebbe di trovare una quantità di microplastiche in Antartico? Invece ci sono, e secondo l’analisi dell’Università di Hull insieme alla British Antarctic Survey, sarebbero 5 volte più del previsto. Ciò significa che all’estremo sud del pianeta non si accumulano soltanto i rifiuti prodotti da fonti locali, come stazioni di ricerca e navi, ma probabilmente vengono trasportate da altre parti di mare dalla corrente circumpolare antartica. A preoccupare gli scienziati è il crollo di una convinzione storica, e cioè che questa corrente fosse sostanzialmente impenetrabile da frammenti di materia. Fino a 500 kg di microplastiche derivanti da prodotti per la cura personale e 25,5 miliardi di fibre tessili entrano nell’Oceano Antartico ogni decennio, spiegano gli scienziati. Le cause sono il turismo, la pesca e le attività di ricerca scientifica.


«Si pensa che l’Antartide sia un grande luogo isolato e incontaminato. L’ecosistema è molto fragile con balene, foche e pinguini che fanno del krill e di altri zooplancton una componente importante 


microplastiche 
















della loro dieta – ha detto Catherine Waller, autrice principale dello studio ed esperta in biologia marina della Hull University – La nostra ricerca mette in evidenza l’urgente necessità di uno sforzo coordinato per monitorare e valutare i livelli di microplastiche in tutto il continente antartico e nell’Oceano Meridionale».
Si tratta di particelle con diametro inferiore ai 5 mm, presenti in molti oggetti di uso quotidiano come dentifrici, shampoo, gel doccia e capi di abbigliamento. Questi oggetti, dannosi per la vita marina, possono formarsi anche a seguito della frammentazione di rifiuti plastici nelle acque. Il problema dell’inquinamento degli oceani sembra fuori controllo: basti pensare che una singola giacca in poliestere può rilasciare più di 1.900 fibre per lavaggio, mentre circa la metà dei rifiuti di plastica che galleggiano nei mari può degradarsi in minuscoli brandelli se esposto continuamente alle radiazioni ultraviolette. A questo va aggiunto che più della metà delle stazioni di ricerca in Antartide non posseggono sistemi di trattamento delle acque reflue, il che favorisce lo scarico di tali rifiuti nel mare.

fonte: www.rinnovabili.it

lunedì 26 giugno 2017

L’Energia Blu che viene dal mare

















A Cagliari, in occasione della “Giornata Europea del Mare”, sono stati presentati nuovi studi sul potenziale energetico dei mari che circondano la Sardegna.
Secondo gli studi dell’ENEA, le aree nord e sud-ovest dell’isola convogliano un potenziale ondoso degno delle zone marine europee più produttive. Gianmaria Sannino, (responsabile del Laboratorio Modellistica climatica e impatti e delegato nazionale al Temporary Working Group “Ocean Energy” del SET-Plan), ritiene che un mini parco marino da 3 MW, realizzato con gli attuali dispositivi offshore al largo di Alghero, “potrebbe produrre oltre 9,3 GWh/anno, riuscendo a soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di oltre 2mila famiglie”.
L’energia cimoelettrica è una delle fonti rinnovabili che il nostro Paese necessita per costruirsi un futuro più sostenibile ma lo “stato dell’arte” è ancora fermo a fasi di progettazione e di concreto non c’è ancora quasi nulla.
Un primo impianto sperimentale, denominato Kobold I, è operativo a Ganzirri (Messina). Una struttura che può garantire appena 40 kwatt, costituita da una piattaforma galleggiante che sfrutta le correnti sottomarine. Il Kobold I è stato installato nell’ormai lontano 2001 ma non ha avuto ulteriori e meglio approfondite applicazioni e nemmeno è stato testato in altre zone marine italiane.
Le cose sembrano andare un po’ meglio nei fondali di Marina di Pisa. H24 è il primo impianto cimoelettrico del Mediterraneo capace di immettere elettricità direttamente nella rete energetica e il primo al mondo che potrà lavorare sotto le onde, al riparo dai marosi che finora hanno rappresentato uno degli ostacoli naturali più complessi da affrontare.
Nel 2015 H24 è stato installato e collegato alla rete Enel e, considerato che si trova in un tratto di mare non particolarmente movimentato, può realizzare una produzione annua di circa 44 MWh. Un potenziale che, considerati i 300 €/MWh ottenuti come tariffa omnicomprensiva (H24 è l’unica struttura presente nel registro del Gestore Servizi Energetici in questa particolare categoria), si traduce in un incasso di 13.000 euro annui. Poco sia dal punto di vista energetico che di ritorno economico.
La stessa tecnologia impiegata in una situazione marina più favorevole, per esempio proprio in Sardegna occidentale, e alla piena potenza di 100 kW, potrebbe arrivare a sfiorare i 100.000 euro annui di produttività. Purtroppo siamo ancora nel campo delle ipotesi.
A breve -forse proprio in Sardegna- potrebbe vedere la prima applicazione pratica il PEWEC (Pendulum Wave Energy Converter), pensato appositamente per le onde italiane, caratterizzate da piccola altezza ed alta frequenza. Un sistema galleggiante simile a una zattera da posizionarsi in mare aperto e capace di produrre energia sfruttando l’oscillazione del suo scafo. Il modello definitivo avrà una potenza nominale di 400kW.
Tutti progetti che vanno ad inserirsi nelle prospettive comunitarie: lo sfruttamento dell’energia dal mare è infatti tra le priorità della Commissione Europea per lo sviluppo della Blue Economy e l’ENEA rappresenta l’Italia nel JP Marine Renewable Energy, il programma congiunto di ricerca sull’energia dal mare.
Viene da chiedersi però se anche l’energia che potremmo ottenere dalle recenti scoperte non rischi di fare la fine di molti altri progetti che sono rimasti tali anziché diventare realtà in un Paese come il nostro che, prima ancora di sognare progetti per le rinnovabili, necessita fortemente di un piano nazionale di transizione energetica.

fonte: http://nonsoloambiente.it

#SropCETA al SENATO: domani a Roma presidio h.10 @pantheon dalle 12 tweetstorm e mailbombing











NOI al CETA gliele cantiamo
domani, a Roma h 10 in piazza del Pantheon porta tutto ciò che fa rumore (fischietti, trombette, piattini, tamburelli) e chiediamo ai senatori di non ratificare il trattato CETA tra Europa e Canada
Dalle 12, per chi è lontano, mailbombing e tweetstorm

Il presidio è promosso da Coldiretti, Cgil, Arci, Legambiente, Greenpeace, Adusbef, Movimento consumatori, Federconsumatori, Slowfood, Fairwatch e dalla Campagna Stop TTIP Italia


Il CETA arriva al primo voto domani in Commissione Affari Esteri alle ore 13. Siamo riusciti insieme a far slittare il voto e a riaprire una discussione nel paese. E adesso noi gliele cantiamo!

Domani dalle ore 10.00 a piazza del Pantheon a Roma con un presidio rumoroso promosso da un ampio spettro di associazioni e cittadini chiediamo a senatrici e senatori di fermare il CETA.

Fischietti, trombette, piattini, tamburelli: vale tutto per fare rumore e per fermare il CETA in commissione, e togliere ogni dubbio a chi pensa a un'approvazione in Aula alla chetichella.

Gli è andata male, ce ne siamo accorti, e ora chiediamo a tutte e tutti, senatrici e senatori, gruppi politici e anime libere un atto di coraggio per il nostro Paese. #StopCETA!


Dalle ore 12 Tweetstorm e mailbombing

Tante e tanti in questi giorni hanno scritto a senatori, senatrici, e al presidente della Repubblica, in questi giorni in visita in Canada, un atto di responsabilità per fermare un trattato tanto dannoso per il nostro Paese.

Domani è il momento di farlo ancora, più forte, tutte e tutti insieme

Invia subito una lettera a tutti senatori, mettendo in chiaro che chiunque approvi il CETA non avrà mai più il tuo voto. Una traccia è disponibile sul sito di Stop TTIP Italia, gli indirizzi si trovano a questo link  http://bit.ly/2rBk7pY
  • Partecipa al tweetstorm sui senatori martedì 27 giugno dalle 12. Sul sito di Stop TTIP Italia alcuni suggerimenti, i link alle grafiche da allegare ai tweet e gli account Twitter di alcuni senatori chiave

  • Qui tutte le istruzioni https://stop-ttip-italia.net/stopceta-adotta-un-senatore/


  • Ceta, contro un trattato sbagliato, i perché della nostra protesta



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    Rimaniamo in contatto!
    Twitter – @StopTTIP_Italia

    Ecoforum, Alessandro Bratti: “Bisogna eliminare gli incentivi negativi perché ostacolano l’economia circolare”

    L'onorevole Bratti spiega cosa sono gli incentivi negativi e perché rappresentano un ostacolo allo sviluppo dell'economia circolare




    fonte: www.ecodallecitta.it

    domenica 25 giugno 2017

    Tutti insieme per contribuire a salvare le Api con BeeEthic


    Purtroppo le api stanno morendo ed in maniera sempre più accelerata, in Italia come in tutto il mondo, in primis per il deterioramento del loro ambiente naturale, causato dalla chimica in agricoltura, in particolare pesticidi, diserbanti e fungicidi, fino ai terribili dissecanti totali, che oltre ad uccidere le api, tolgono loro il nutrimento, distruggendo la Biodiversità con i suoi infiniti fiori






    A ciò si aggiunge il cambiamento climatico, causato in primis dalla stessa agricoltura industriale, che distrugge humus, foreste, siepi e bodiversità, per produrre biocombustibili, bioplastiche e mangimi OGM che alimentano animali in modo industriale, i quali mangiano come almeno 20 miliardi di esseri umani… un sistema assolutamente insostenibile, che ci sta portando velocemente verso la catastrofe climatico-ambientale.



    In questo contesto agrecologico degradato un parassita delle api, l’acaro Varroa Detructor, rappresenta un elemento in grado di danneggiare fortemente le colonie, anche perché vettore di virus che colpiscono le api, sempre più deboli.



    Finora, la Varroa è stata combattuta principalmente con prodotti chimici, nel tempo sempre meno efficaci per la resistenza progressiva dell'Acaro parassita. Inoltre le sostanze chimiche, dannose sia all'apicoltore che per i residui nei prodotti dell’apicoltura, si bioaccumulano nelle catene alimentari con gravi conseguenze sanitarie generali. E la Varroa, essendo un acaro, è tra le specie che meglio si adatta alla chimica ed in pochi anni l'efficacia degli acaricidi precipita, rendendoli obsoleti.



    Il sistema BeeEthic è rappresentato da un’arnia innovativa che utilizza  solo il calore controllato per uccidere gli acari, senza necessità di prodotti chimici, aiutando le api a limitare i danni del cambiamento climatico (resilienza).



    I pesticidi sono dannosi per l'ambiente e per le api (cause di moria più importante), ma le norme di legge non consentono di usare prodotti dannosi per le Api e gli altri insetti utili. Se gli agricoltori li usano è principalmente per ignoranza delle tecniche alternative, oggi obbligatorie in quanto prioritarie. E' necessaria un'opera di informazione e una parallela azione giuridica per il rispetto delle norme a tutela della Salute e dell'ambiente e biodiversità (Art. 32 e 9 della costituzione).

    E in ogni caso non è etico che gli apicoltori ricorrano alle stesse tecniche chimiche che sono la causa dei danni alle api.



    Serve l’aiuto di tutti noi per sviluppare l’alveare BeeEthic 2.0 per aiutare gli apicoltori e le api a sopravvivere, sviluppando un'attività economica a scopo sociale, così come prevede la nostra Costituzione.



    E' per questo motivo che lo Studio Agernova del Prof. Giuseppe Altieri sostiene questa iniziativa messa a punto da un gruppo di giovani ingegneri Umbri.

    Aiutiamoli…



    Se sei un’ Apicoltore e vuoi provare la tecnologia beeethic, vai a link:  www.beeethic.com/it/prodotto/1-arnia-trasformatore

      

    Se vuoi provare il miele degli apicoltori Beeethic, naturale e senza prodotti chimici, vai al link: www.beeethic.com/it/prodotto/adotta-un-alveare



     Se vuoi approfondire visita il sito internet: www.beeethic.com



    la pagina facebook: www.facebook.com/beeethic






    BeeEthic è un sistema innovativo brevettato per sconfiggere l’acaro Varroa, che minaccia la sopravvivenza delle api in tutto il mondo. l'Agricoltura industriale e super pesticidi stanno uccidendo le api a gran velocità e questo sistema è la soluzione per salvare le api, l’ambiente e, in ultima analisi,  l’intera umanità… dal momento che l’uomo non può vivere senza le api!



    Il “cervello” del sistema BeeEthic è un’unità elettronica di controllo che applica trattamenti termici anti-Varroa quando sono necessari.Il sistema può essere autoalimentato con pannello fotovoltaico.



    Il sistema BeeEthic uccide la Varroa riscaldando l’alveare a 42 ° C direttamente nella sua fase di riproduzioneall’interno della covata delle api, fermandone così la  riproduzione. Inoltre aiuta le api a controllare la temperatura della covata, soprattutto durante le variazioni repentine, accentuate dai cambiamenti climatici.

    Senza la Varroa, la colonia sarà più sana, meno esposta ai virus e più produttiva.

    .

    RISULTATI di sei anni di ricerca dell’Università di Perugia•            

    •             NESSUN EFFETTO COLLATERALE

    •             80% DI EFFICACIA STAGIONALE SULLA VARROA

    •             RIDUZIONE DEL VIRUS

    •             RIDUZIONE DELLE MALATTIE DELLA COVATA

    •             RIDUZIONE DEL LAVORO DEL’ APICOLTORE fino al 50%

    •             NESSUNA NECESSITA DI NUTRIZIONE PER LE API

      

    AIUTACI A SALVARE LE API



    (Grazie anche a nome del TEAM BEEETHIC)



    Giuseppe Altieri

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    Dr. Agr. Giuseppe Altieri, Agroecologo, 
    Dr.ssa Antonella Gasparetti, Biologa Ecologa
    STUDIO AGERNOVA, Servizi Avanzati per l'Agroecologia e la Ricerca
    Loc. Viepri Centro 15, 06056 Massa Martana (PG) 
    tel 075-8947433, Cell 348-8077101