giovedì 10 agosto 2017

Hawaii, esempio di avanguardia della transizione energetica

Un esempio di accelerazione verso la transizione energetica è quello delle Hawaii. La legge nel 2015 prevede la totale decarbonizzazione della generazione elettrica entro il 2045. Già importante il ruolo del FV. No all'import di gas. Le utilities sembrano sostenere questa policy. L'editoriale di Gianni Silvestrini.



















Con un costo dell’elettricità più che doppio rispetto al resto degli Usa e con un elevato potenziale di sole, vento, biomassa e geotermia – le Hawaii sono state da sempre considerate un contesto perfetto per l’impiego su larga scala delle fonti rinnovabili. 
Del resto, i primi kWh vennero generati proprio da una centralina idroelettrica realizzata nel 1888. Una scelta effettuata dopo che Thomas Edison aveva mostrato nella sua casa di New York le prime lampade ad incandescenza al re Kalakaua (sì, le Hawaii erano allora un regno autonomo che fu eliminato nel 1893 con un colpo di stato organizzato da uomini d’affari statunitensi, ma questa è un’altra storia …).

In realtà, malgrado le aspettative, per lungo tempo nelle isole hawaiane hanno operato pochi impianti rinnovabili in grado di soddisfare solo il 10% della domanda.
La situazione è cambiata decisamente dopo il 2010 con un’accelerazione della produzione verde che in sei anni è passata al 26% (vedi figura sotto).
Decisivo è stato il ruolo del fotovoltaico che rappresenta con 490 MW la metà della potenza rinnovabile delle isole. Le bollette elevate, gli incentivi e il crollo dei prezzi dei moduli hanno alimentato la corsa che ha portato all’installazione di 79.000 impianti solari, tanto che una famiglia su sei è ormai dotata del fotovoltaico (contro la media dell’1% negli interi Usa).




L’attenzione al solare ha peraltro riguardato anche la produzione di acqua calda, con 80.000 impianti termici installati e con l’obbligo dal 2010 del loro inserimento in tutti i nuovi edifici.
Come hanno reagito le utilities locali? Inizialmente con una posizione difensiva che ha portato, nel 2013, al blocco delle installazioni solari motivato dai rischi nella gestione della rete. Uno studio del National Renewable Energy Laboratory (NREL) ha però consentito di verificare la possibilità di innalzare la potenza fotovoltaica ammissibile dal 120% al 250% del carico minimo e la situazione si è sbloccata.
Ma questo balzo in avanti rappresenta solo l’inizio della corsa delle rinnovabili. Una legge introdotta nel 2015 grazie al crescente supporto dell’opinione pubblica e alla mobilitazione dei gruppi ambientalisti ha previsto il raggiungimento della totale decarbonizzazione della generazione elettrica entro il 2045 (vedi figura sotto).




Quest’anno è stata poi messa in discussione una proposta di legge per consentire al sistema dei trasporti di essere anch’esso alimentato dalle rinnovabili (prevalentemente grazie alla mobilità elettrica) entro il 2045.
Insomma, il percorso verso l’indipendenza energetica è tracciato e sarà interessante seguire le scelte tecnologiche, gestionali e regolatorie che verranno effettuate per facilitare questa transizione energetica.
Il nuovo contesto normativo ha portato ad un cambiamento della posizione delle utilities che, dopo la bocciatura di due proposte per raggiungere l’obiettivo della produzione del 100% rinnovabile, hanno presentato un piano più avanzato che è stato accettato lo scorso 17 luglio.
Il programma delle Hawaiian Electric Companies prevede di raggiungere il 48% della produzione nel 2020 e il 100% nel 2040, anticipando quindi di cinque anni l’uscita dal petrolio.
Ci sono diversi elementi interessanti in questa proposta.
Il primo riguarda la fortissima accelerazione prevista nei prossimi quattro anni, motivata con l’opportunità di sfruttare al massimo gli incentivi nazionali esistenti. Entro il 2021 è quindi prevista l’installazione di 717 MW fotovoltaici, 157 MW eolici e l’avvio di programmi di Demand Response (agendo quindi sui consumi) per 115 MW, tutte misure che consentirebbero di raddoppiare la quota delle rinnovabili portandola al 52%
Al 2030 si valuta poi che il numero di impianti fotovoltaici raddoppierà passando a 165.000 e che saranno tutti dotati di sistemi di accumulo. È chiaro infatti che lo stoccaggio svolgerà un ruolo decisivo. Significativamente sono già state introdotte tariffe differenziate in modo da valorizzare il contributo solare spostato nelle ore serali di massima richiesta.
Un secondo aspetto interessante degli scenari riguarda l’assenza di decisioni sull’importazione di gas liquefatto. In effetti il Governatore delle Hawaii, David Ige, si è sempre dichiarato contrario a questa scelta per non rallentare la corsa delle rinnovabili. Una riflessione per i nostri decisori lanciati sull’ipotesi di metanizzare la Sardegna, un’isola con popolazione e superficie analoga a quella delle Hawaii.
Un terzo elemento riguarda un aspetto delicato trattato nell’Appendice Q del Piano. Parliamo delle condizioni che potrebbero favorire la “grid defection”, cioè la scelta di staccarsi dalla rete.  Non vengono forniti numeri in quanto considerati “confidenziali”, ma è chiara la preoccupazione che la progressiva competitività dell’abbinamento solare più accumulo possa rendere conveniente la scelta di rendersi totalmente autonomi. 
E proprio sulle scelte che verranno compiute sul lungo periodo tra impianti centralizzati e generazione distribuita si giocheranno il futuro energetico delle isole e i costi della transizione.
Un futuro tutto da scrivere perché su questo aspetto gli scenari sono ancora aperti, tanto che il regolatore ha “accettato” ma non “approvato” il piano.

fonte: www.qualenergia.it