sabato 17 giugno 2017

L’ideologia della sostenibilità

Il ministero per l’Ambiente ha posto in consultazione online la Bozza della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in attuazione della Agenda 2030 adottata dalle Nazioni Unite nel vertice di New York nel settembre del 2015. Sviluppo sostenibile resta per molti una seducente parola d’ordine, ma dovremmo tutti interrogarci sui motivi per cui gli altisonanti obiettivi che l’Onu ripete da quarant’anni non trovano attuazione. Nonostante le crisi economiche e in barba all’ipotesi di un’economia ‘circolare’ all’infinito, infatti, il bilancio di materia estratto dal pianeta e dissipato procede a ritmi insostenibili. La sostenibilità o è un concetto che aiuta a elaborare una strategia per entrare qui e ora nell’era del post-sviluppo e del post-capitalismo, o è soltanto un insopportabile marketing 
 
 
 
 
 
 
 
Il Ministero per l’ambiente ha posto in consultazione online la Bozza della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in attuazione della Agenda 2030 adottata dalle Nazioni Unite nel vertice di New York nel settembre del 2015. Ratificata da 193 stati, in Europa l’Agenda è stata implementata con sette National Voluntary Review di Germania, Francia, Norvegia, Svizzera, Finlandia, Montenegro, Estonia. Il Documento di Economia e Finanza 2017 del governo italiano prevede l’adozione di un Piano strategico per lo sviluppo sostenibile assieme ad altre misure tra cui una nuova Strategia Energetica Nazionale. Le associazioni e chi è interessato hanno ancora poche settimane per presentare contributi e proposte.
I 17 obiettivi “universali” dell’Agenda 2030, articolati su 169 target correlati e misurati attraverso 240 indicatori, spaziano su tutto lo scibile umano e sono molto ambiziosi. Tipo: porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo, raggiungere la sicurezza alimentare, assicurare la salute e il benessere per tutti, raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze, garantire a tutti la disponibilità dell’acqua e l’accesso a sistemi di energia economici e affidabili, promuovere un’industrializzazione equa e responsabile, rendere sicure le città, conservare in modo durevole gli oceani, le foreste e l’ecosistema terrestre fermando la perdita di biodiversità, promuovere società pacifiche e più inclusive. E molto altro ancora, tra cui adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici. Se non fosse per la doccia fredda arrivata con l’elezione di Trump e per le altre sciagure planetarie in atto (guerre e corsa al riarmo, stagnazione economica e migrazioni, terrorismo islamista e carestie in Africa…), i buoni propositi dell’Agenda 2030 avrebbero potuto generare un’ondata di speranza. In Italia per iniziativa dell’ex ministro ed ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini è nata un’Alleanza per lo sviluppo sostenibile tra 130 associazioni, imprese, sindacati, fondazioni bancarie, università. Presidente è Pierluigi Stefanini, presidente Unipol. La settimana scorsa l’Alleanza ha organizzato un Festival diffuso dello Sviluppo Sostenibile con incontri e conferenze in decine di città. Il suo scopo è incalzare i decisori politici e le forze economiche per prendere sul serio gli Obiettivi dell’Onu.
La lettura della Bozza di strategia del Ministero per l’Ambiente è molto istruttiva; soprattutto il documento di Posizionamento/scostamento dell’Italia rispetto agli obiettivi dell’Agenda (497 pagine). A fronte di dati sconfortanti quali l’aumento delle povertà, della disparità di genere e della violenza sulle donne, degli indicatori di inattività della popolazione (specie dei giovani), del consumo di suolo, della perdita di biodiversità (il 31 per cento delle specie di vertebrati presenti in Italia è considerato a rischio di estinzione), del cattivo stato di qualità dei corpi idrici, della diminuzione dei servizi di trasporto pubblici locali e così via, si possono leggere buone indicazioni per politiche economiche e riforme strutturali in grado di affrontare le più spinose questioni ambientali e sociali. Per esempio, al suo interno vi sono documentate considerazioni a favore di una riconversione biologica dell’agricoltura e valide perorazioni per una maggiore tutela del territorio. Nel complesso la Bozza ministeriale potrebbe fare invidia a qualsiasi forza politica in cerca di un buon programma di governo.
La filosofia generale dell’Agenda 2030 è quella dell’interconnessione: tutto dipende da tutto, ogni cosa è generata da un processo causale ed è in relazione con altri processi. L’ambiente naturale, le società umane, l’economia e le istituzioni politiche non sono separabili. Per affrontare i problemi dell’umanità serve un approccio integrato. È dalla prima conferenza sull’Ambiente a Stoccolma nel 1972 che l’Onu tramite le sue agenzie tenta di trovare un modello globale di comportamento politico tale da far convergere le esigenze della crescita economica, dello sviluppo umano, della preservazione dell’ambiente, della gestione pacifica dei conflitti. A un certo punto (con il rapporto Our Common Future, della commissione di specialisti presieduta dalla signora Bruntland, pubblicato nel 1988) è sembrato che si fosse trovata la formula della quadratura del cerchio: lo “sviluppo sostenibile”. Una seducente parola d’ordine che da allora viene costantemente riproposta ad ogni summit. Un sintagma magico, ma incapace di produrre risultati concreti. Alla giusta intenzione di far rientrare le performance dell’economia all’interno dei limiti geofisici di funzionamento del l’ecosfera e di rispetto della dignità e dell’autonomia delle diverse popolazioni della Terra, non sono seguiti fatti coerenti.
Prima di ogni cosa dovremmo quindi interrogarci sui motivi per cui gli altisonanti obiettivi che l’Onu ripete da quarant’anni non trovano attuazione, primi fra tutti: “Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno e fermare la perdita di diversità biologica” (Goal 15); “integrare il valore degli ecosistemi e della biodiversità nella pianificazione nazionale e locale, nei processi di sviluppo, nelle strategie per la riduzione della povertà” (Goal 15.9).
L’idea su cui si basa lo “sviluppo sostenibile” è quella del decupling; l’ipotesi cioè che sia possibile disaccoppiare i frutti della crescita economica dall’aumento dei fattori di pressione e di impatto sull’ambiente naturale. Crescita e sostenibilità non vanno d’accordo. Non può esserci crescita indefinita senza intaccare o impoverire lo stock limitato di materiali naturali che in gran parte non sono rinnovabili (i minerali, le fonti di energia fossili, le pietre) e che, anche quando sono apparentemente rinnovabili (prodotti agricoli, forestali e animali e acqua), dopo essere entrati nei cicli delle attività umane ne escono degradati come qualità intesa come attitudine all’uso: i terreni sono impoveriti di sostanze nutritive, le acque sono contaminate da residui, la biodiversità falcidiata. I dati sul prelievo e sul “consumo” di materiali naturali continuano ad essere impressionanti a livello mondiale ed anche nel nostro paese.
La Bozza di Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile andrebbe letta assieme al Primo rapporto sullo stato del capitale naturale, sempre edito dal Ministero per l’ambiente e redatto da un nutrito comitato scientifico. In realtà vi sono già stati in passato altri Rapporti sullo stato di salute degli ecosistemi ed esiste un annuario dell’Ispra dei dati ambientali. La novità introdotta dall’ultimo governo sembra consistere nel rinominare gli stock e i flussi ecosistemici in “capitale” e “servizi”. Un primo passo semantico per facilitare la contabilizzazione monetaria dei “fattori naturali” impiegati nei cicli produttivi e di consumo; per mercificare la natura o, se preferite, per naturalizzare il denaro. Rimane il fatto che il consumo di suolo, le emissioni in atmosfera e nei corpi idrici, la perdita di specie vegetali e animali sono in costante aumento. Il primo imperativo di uno “sviluppo sostenibile” dovrebbe essere quello di diminuire il fabbisogno primario di materiali necessari ad alimentare il sistema socioeconomico. Ma la contabilità fisica di materia è ancora poco e male sviluppata dall’Istat (Material-input Based Indicators, Material Flow Analysis) ed è quindi insufficiente per fondare una vera Material Requirements Planning a livello nazionale.
Nonostante le crisi economiche e in barba all’ipotesi di un’economia “circolare” all’infinito, il bilancio di materia estratto dal pianeta e dissipato procede a ritmi insostenibili (vedi grafici della Susteinable Europe Reserch Insitute, SERI WU Wien 2014). I processi produttivi e le merci “verdi” spostano i termini del problema più avanti, ma non risolvono il vincolo della scarsità. Va quindi affrontato contestualmente il problema di quali e quante siano le esigenze umane che abbisognano di essere soddisfatte. L’unica cosa davvero sensata consisterebbe nel chiedersi come è possibile far fronte ai bisogni della popolazione umana che, per alcuni decenni, crescerà ancora (8.000 milioni nel 2030), sia pure più lentamente. L’idea che l’economia abbia come scopo quello di esaudire gli illimitati desideri degli individui più solvibili sul mercato, ovvero dei soggetti con un migliore accesso al credito, ci porta al disastro non solo ambientale, ma sociale e culturale. Ciò che conta per una vera sostenibilità non è la circolarità del riuso, ma il rispetto dei tempi dei cicli naturali di bio-rigenerazione della materia, a partire da quella biologica. Le materie che la natura produce continuamente dovrebbero essere prelevate con una velocità conforme a quella con cui vengono rese disponibili dai cicli biologici naturali (vedi di Giorgio Nebbia, Ecologia ed economia, Andrea Pacilli Editore, 2017). Se il modello di sviluppo a cui ci si affida per soddisfare le esigenze dell’umanità – presente e futura – continua ad essere quello della costante crescita delle merci prodotte e scambiate sui mercati, allora la sostenibilità ecologica è irrealizzabile.
L’impressione che si ha nel leggere i documenti che si appellano allo “sviluppo sostenibile” è che si tratti ancora una volta di una “astuzia semantica” (Rist), di un tentativo di “angelizzare il Pil” (Daly), aggettivando un sostantivo (lo sviluppo) il cui significato più prossimo rimane la dura legge della crescita economica monetizzata. Quando la Bozza del ministero afferma che è necessario “integrare business e obiettivi di sostenibilità” o quando il rapporto dell’Alleanza di Giovannini afferma che è necessario il “superamento definitivo dell’idea che esista una gerarchia, anche temporale, tra economia, società e ambiente”, ne ricavo l’impressione sgradevole che si vogliano piegare i vincoli biofisici assoluti del sistema termodinamico e biologico della vita sulla Terra, piuttosto che modificare radicalmente il sistema economico fondato su un apparato tecno-industriale sempre più grande, concentrato e invasivo, il cui scopo è trarre dall’ambiente naturale quanto più è possibile e trasformarlo nel tempo più breve in beni di consumo per il più grande numero di acquirenti.
In altre parole temo che il lemma “sviluppo sostenibile” (e le sue declinazioni: green ecology, smart city, clean tecnology …) non abbia la forza di indicare una cambiamento di visione politica epocale e universale se non mette in discussione il paradigma economico della crescita. L’ecologia è un modo di pensare le cose come interdipendenti, ma all’interno di una precisa gerarchia dove la buona salute dell’ambiente naturale costituisce la base biologica dell’esistenza di ogni forma di vita, compresa quella umana. L’economia è un sottosistema dell’ecosfera (Georgescu-Roegen, Nebbia, Allier). Non si tratta di sfumature semantiche: sviluppo durevole è diverso da eco-sviluppo; green economy è diverso da green society; sviluppo sostenibile è diverso da progresso della persona umana ed anche da benessere equo e solidale. Tanti anni fa Edgar Morin ci chiedeva di rifiutare “il concetto – tanto rozzo e barbaro e che ha regnato a lungo – secondo il quale il tasso di crescita industriale significa lo sviluppo economico e lo sviluppo economico significava lo sviluppo umano, morale, mentale, culturale ecc. (…) La parola sviluppo deve essere completamente ripensata e resa più complessa” (E.Morin, L’anno I° dell’era ecologica, 1972). Siamo ancora fermi lì. È così difficile pensare a una economia del bastevole e del sufficiente? Economia ed ecologia hanno la stessa radice Oikos (casa, dimora, terra…), così come homo e humus. Terra e umano, natura e cultura, corpo e spiritualità … devono ricomporsi nella visione del buon vivere in relazione. In quest’ottica l’“economia dei soldi” si ridimensiona e si responsabilizza. Economiche sono tutte le forme di produzione, di scambio e di fruizione di qualsiasi bene utile al buon vivere in comune delle persone. Va cambiata la rappresentazione dell’economia seguendo una scala di valori reali e completi..
Vanno rimessi in ordine gli Obiettivi dell’Agenda 2030. La sostenibilità non è una parola caucciù. Non è la nuova ideologia salvifica – il sostenibilismo -, solo un po’ più pragmatica e credibile di quelle dei secoli scorsi. La sostenibilità o è un concetto che ci aiuta ad elaborare una strategia per il progresso umano e ad entrare nell’era del post-sviluppo e del post-capitalismo, o sarà solo l’ennesima strategia di marketing, un bollino applicabile a qualche nuovo prodotto per aumentare i profitti di qualche impresa un po’ più furba capace di alzare il “rating etico” e il “capitale di reputazione” da spendere in borsa.
Paolo Cacciari
fonte: http://comune-info.net/